Ascensione del Signore
- Gabriele Semeraro

- 16 mag
- Tempo di lettura: 3 min
L'Ascensione del Signore non è il racconto di un addio, ma quello di un nuovo modo di esserci.
Il libro degli Atti ci mostra il rischio del vivere con il "naso all'insù" (Atti 1, 1-11)
Il brano degli Atti si apre con una domanda quasi infastidita degli angeli: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?".
È la tentazione di sempre. Rifugiarsi nello spiritualismo per non guardare le macerie della storia.
È quello che facciamo noi quando ci riempiamo la bocca dei presunti “sani principi” in cui siamo cresciuti e in cui educhiamo i nostri figli, ma poi essi sono totalmente disincarnati e totalmente falsi rispetto alla concretezza del nostro vivere quotidiano.
L'Ascensione non è un’evasione fiscale dalla realtà. Gesù non "se ne va", ma entra in una dimensione diversa per permettere a noi di essere i suoi piedi sulla terra.
Spesso cerchiamo Dio tra le nuvole delle nostre astrazioni teologiche, delle nostre manie religiose e nei nostri presunti valori (cristiani? Italiani?), mentre Lui ci aspetta nell'asfalto delle nostre città. La fede non è un telescopio che ci fa perdere nel lontano, ma è un paio di scarpe robuste per camminare con i piedi ben piantati a terra.
La lettera di San Paolo agli efesini ci mostra la sovranità della Speranza (Efesini 1, 17-23)
Paolo prega perché ci siano dati "occhi della mente illuminati".
Non si tratta di ottimismo ingenuo. La "speranza alla quale siamo stati chiamati" è la consapevolezza che il male non ha l'ultima parola nella nostra vita. È la consapevolezza che Dio è fedele alla sua promessa di bene sulla nostra vita.
Dire che Cristo è "al di sopra di ogni principato e potenza" significa che nessuna ideologia, nessun algoritmo e nessuna paura può reclamare la proprietà della nostra dignità di esseri umani.
L'Ascensione è la festa della testa alta. Siamo cittadini del cielo, e proprio per questo non possiamo essere schiavi di nessuno sulla terra.
Siamo cittadini del cielo, ma ben radicati nella realtà terrestre (nel bene e nel male).
Il vangelo ci presenta il paradosso del dubbio e dell'invio dei discepoli (Matteo 28, 16-20)
Il finale del Vangelo di Matteo è di una onestà e concretezza disarmante: "Quando lo videro, si prostrarono; essi però dubitarono".
Questo è il passaggio più "umano" che troviamo in questo episodio. Quegli undici non sono giganti della fede; sono uomini stropicciati dal dubbio. Eppure, proprio a loro (e a noi), Gesù affida il mondo. Non aspetta che siano perfetti per inviarli, non gli interessa che sappiano tutto e certamente non si aspetta che siano dei Santini fatti e finiti.
Il mandato che Gesù da, a loro e a noi, è il seguente: "Andate dunque".
Non dice "restate nel cenacolo a fare analisi sociologiche, teologie e progetti pastorali". L'autorità di Cristo si trasmette nel movimento e nel cambiamento. La Chiesa o è estroversa, o è un museo pieno di inutile polvere.
La promessa di Gesù è: "Io sono con voi tutti i giorni". È l'inclusione totale. Non dice "sono con voi finché fate i bravi", ma "tutti i giorni", anche quelli in cui ci sentiamo orfani o sconfitti… anche quelli in cui facciamo il male.
Non dice “sono con voi se siete in linea col catechismo della Chiesa cattolica”, bensì dice tutti i giorni.
L'Ascensione non è il giorno della separazione, ma il giorno dell'innesto. Cristo porta l'umanità nel cuore di Dio, affinché noi portiamo Dio nel cuore dell'umanità.
Non cercatelo tra le stelle e le alte teologie: cercatelo nelle ferite del prossimo e nella forza che avete di ricominciare ogni mattina.
Il cielo è aperto, ma il lavoro è qui sotto… sulla terra.
Il fatto che Gesù decida di non farsi più vedere nella sua forma mortale permette la discesa dello Spirito Santo su di noi, la nostra trasformazione in popolo di convocati e di inviati al mondo.
Secondo voi perché Gesù diventa quel pane e quel vino? Perché decide di fidarsi di noi e di inviare noi invece che pensarci direttamente lui?
Lui non viene a salvare noi che siamo buoni, ma manda noi come segno per la salvezza di tutti… soprattutto dei non credenti, dei diversamente credenti e delle persone di qualunque religione.
Noi abbiamo snaturato il Vangelo convincendoci che noi siamo bravi perché cattolici, noi siamo bravi perché veniamo a messa e non facciamo nulla di male.
Così facendo abbiamo dimenticato il mandato che Gesù ci ha dato il giorno dell'Ascensione e che viene confermato a Pentecoste: essere un popolo per gli altri, a servizio degli altri. Un popolo che dice Gesù con la propria vita e non per i presunti valori che sbandiera in campo partitico o ideologico.
Il popolo cristiano, è un popolo di testimoni che testimonia con la propria vita, non è un popolo che impone agli altri le proprie idee.
Dobbiamo innestarci col nostro vivere nel mondo altrimenti stiamo perdendo tanto tempo in inutili teologie.




Commenti