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II DOMENICA DEL TEMPO DI NATALE - ANNO A

  • Immagine del redattore: Gabriele Semeraro
    Gabriele Semeraro
  • 3 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Oggi potremmo dire che “in Cristo vi sono due nascite; entrambe ci mostrano la potenza divina che non possiamo pienamente comprendere.

Da una parte, Dio genera il Figlio da se stesso; dall’altra, una Vergine lo concepisce per opera dello Spirito Santo.

Da una parte Dio nasce per dare la vita, dall’altra per sconfiggere la morte.

Là, nasce dal Padre; qui, nasce dagli uomini.

Generato dal Padre, è l’origine degli uomini;

nato da donna, è la liberazione degli uomini.

Entrambe le nascite non si possono comprendere pienamente e tuttavia sono inseparabili.

Quando parliamo delle due nascite di Cristo, non intendiamo dire che ci sono due figli di Dio ma che in Gesù Cristo, si uniscono due nature in un solo e unico Figlio.

Da una parte nasce ciò che già esisteva; dall’altra, prende inizio ciò che ancora non esisteva.

[L'evangelista] Giovanni ce lo insegna con queste parole: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio», e poi: «Il Verbo si fece carne».

Dunque, Dio che era presso Dio è uscito da se stesso per farsi carne.

E la carne di Dio, che non esisteva ancora, è venuta al mondo per mezzo di una donna.

E così il Verbo si fece carne: non perché Dio volesse trasformarsi in uomo, ma perché l’uomo fosse elevato alla gloria di Dio.

Per questo non dobbiamo dire che Dio è nato due volte, ma che ci sono state due nascite di Dio -quella divina e quella umana– attraverso cui l’unigenito Figlio del Padre ha voluto essere insieme Dio e uomo in una sola persona” (San Massimo di Torino, vescovo (V secolo) • Le due nascite di Cristo. Sermone 10 – Sulla Natività del Signore. Patrologia Latina, vol. 57, coll. 24–26).

Dobbiamo allora riflettere sul significato che ha per noi questa incarnazione, questo farsi carne di Cristo.

Dio non ha semplicemente voluto farsi materia, ma farsi carne cioè essere umano

Ecco perché tutte le forme di spiritualizzazione del Cristianesimo risultano insufficienti ed eretiche.

Se noi vogliamo essere discepoli di Gesù, del Dio Incarnato, non possiamo permetterci di cadere nella dinamica spiritualista e disincarnata di una fede fatta solo di ritualismi disincarnati e di preghiere estemporanee.

Gesù si aspetta di nascere una terza volta attraverso la nostra vita. Come dicono gli orientali: Dio si è fatto uomo per far sì che l'uomo diventi simile a Dio. Per poter dar vita a questo mistero bisogna far sì che Cristo nasca nella nostra vita attraverso: pensieri, parole e opere.

In queste ultime messe abbiamo parlato spesso della maternità e della paternità di ciascuno di noi dicendo che questi due aspetti devono essere integrati in noi. La Parola di Dio ci voleva preparare proprio a questo messaggio: se noi sappiamo integrare la paternità e la maternità nel nostro stile di vita, nelle nostre azioni, nel nostro cuore e nel nostro pensiero, allora potremo veramente generare il Cristo nella nostra vita.

Dobbiamo uscire da quella dinamica dei cittadini e dei cristiani mediocri che dicono: “ma io sono una brava persona e sono un buon cristiano perché non faccio nulla di male”.

Se non fate nulla di male e non fate nulla di buono siete un soprammobile e non servite a nulla.

Chi non fa nulla di male e non fa nulla di bene è peggio di chi compie il male. La via cristiana non è fatta di azioni evitate bensì di azioni concrete.

Ci sono due motti che a me piacciono tanto e dicono questa dinamica di incarnazione. Uno è di Martin Lutero e l'altro di Sant'Agostino.

Dice Agostino: “Ama e fa' ciò che vuoi”.

Dice Lutero: “Ama e pecca forte”.

Entrambi i motti mettono l'accento sul tema dell'amore e sul tema dell'azione. Sono entrambi Mariani perché anche Maria si è trovata a fare scelte d'amore e le ha espresse attraverso azioni concrete.

Dice di sì all'Angelo al momento dell'incarnazione, ma non si rinchiude in casa bensì parte per dare una mano alla parente incinta.

Lutero inoltre è molto concreto: se ami e quindi agisci realmente, realmente peccherai.

Il peccato però di chi agisce è meno grave di chi pecca in omissioni.

Il principio di Incarnazione per i cristiani permea l'intero stile di vita. È dal principio di Incarnazione che nascono le forme di "attivismo”, il servizio ai fratelli e alle sorelle.

Non sono le azioni che ci salvano, ma le azioni dicono a chi apparteniamo.

Per citare Papa Francesco “chi non serve, non serve” (a nulla).

A chi non fa nulla di male dico di farsi un profondo esame di coscienza perché vuol dire che non sta vivendo.

Chi non agisce solitamente critica.

Chi non vive solitamente balcona la vita e fa polemica sterile.

Se Cristo è la nostra luce e se vogliamo portare la nostra fede nel mondo allora dobbiamo essere testimoni di questa fede attraverso azioni concrete.

La Parola di Dio, se veramente ci guida, illuminerà il nostro pensiero e le nostre azioni che non saranno mai (volutamente) contro qualcun altro.

Allo stesso tempo agire ci metterà in condizione di cadere, ma quel cadere non sarà un problema bensì fonte di crescita umana e spirituale.

Il prologo di Giovanni dice questo e tanto di più, troppo spesso lo abbiamo trascurato con la scusa che ha un linguaggio “teologico”. È appunto una scusa!

Giovanni lo ignoriamo perché tocca esattamente lì dove sentiamo dolore e fatica.

Giovanni ci sbatte in faccia la nostra mediocrità, il nostro cristianesimo perbenista fatto di tante parole e di poche azioni.

L'evangelista abbatte con forza questa dinamica sbattendoci in faccia che Dio ha scelto la strada della concretezza e non quella del tempio.

Se Cristo ha scelto di vivere nella concretezza di una quotidianità fatta di mille azioni, chi ci autorizza a fare diversamente?

Concretizziamo ancora di più questa predica…

Cristo vuole nascere attraverso di te cioè vuole che il mondo si accorga di lui attraverso di te.


Come parli e come pensi?

Qui non sto dicendo che non bisogna dire parolacce, ma il tuo modo di parlare e di interagire a livello verbale esprime un certo tipo di sguardo e un certo tipo di pensiero?

Ben lungi da criticare gli sfoghi, di cui a volte abbiamo bisogno, ma il nostro parlare dice lo sguardo benevolente di Gesù e nostro sulla realtà?

Giovanni cura molto il linguaggio nei suoi scritti.

Il nostro linguaggio dice benevolenza, accoglienza, positività, amore, fatica positiva, ecc…? Oppure è sempre negativo, misogino, omofobo, escludente, razzista, polemico, ecc…?

Come parli degli avvenimenti del nostro tempo, che siano di politica o che siano sociali, come parli della realtà che ti circonda?

Sei una di quelle persone che rimane incastrata nel “passato mitico” che in fondo sai non essere mai esistito?


Come agisci?

Le tue azioni dicono cura oppure dicono menefreghismo, superficialità, egoismo e autoreferenzialità?

Sei una persona che fa gesti d'amore oppure preferisci gesti di vendetta e di odio?

Ti prendi cura concretamente della realtà in cui vivi? Come interagisci con i tuoi familiari, i vicini di casa, gli amici, le autorità, la tua parrocchia, il tuo territorio, ecc…? Cosa fai concretamente per tutto questo?


Onossioni: cosa non fai?

Provi a vivere la vita da protagonista oppure ti limiti a vivacchiare?

Sei una di quelle persone che gira la testa davanti al male e che vuole meno problemi possibili?

Davanti a un'ingiustizia evidente, per se stessi o per altri, preferisci tirarti indietro pur di non avere problemi?

Davanti ad azioni di razzismo, di misoginia, di omobitransfobia, di ingiustizia sociale e di ingiustizia politica… cosa fai?

Davanti a chi compie il male agisci oppure preferisci far finta di non vedere?


In conclusione Ribadisco quello che ho già detto: se Cristo ha scelto di vivere nella concretezza di una quotidianità fatta di mille azioni, chi ci autorizza a fare diversamente?



 
 
 

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