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II DOMENICA DEL TEMPO DI QUARESIMA - Anno B

  • Immagine del redattore: Gabriele Semeraro
    Gabriele Semeraro
  • 24 feb 2024
  • Tempo di lettura: 4 min

Potremmo dire che la chiave di lettura di questa seconda domenica del tempo di Quaresima ce la dà proprio la seconda lettura quando dice “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” e aggiunge “Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!”

In fondo la prima lettura e il Vangelo ci stanno dicendo questo “Dio è dalla nostra parte”.

Si è passati da una dinamica del culto, della separazione di Dio e della dimensione sacrale alla dimensione di profonda umanità. 

Non era inusuale nei culti antichi che gli dei chiedessero agli uomini forme di sacrificio, ma qui Dio comincia a istruire il popolo verso forme sacrificali che passano da una dimensione violenta a una dimensione spirituale.

Il monte resta immagine dell'incontro con Dio ed è un incontro profondamente umano.

Nella prima lettura l'umanità è rappresentata dal rifiutare il sacrificio umano per accettare un sacrificio simbolico animale, mentre nel Vangelo si comprende bene che questo incontro tra Dio e l'uomo non necessita forme sacrificali.

Gesù sale sul monte con tre amici scelti e dialoga con due figure che rappresentano profondamente la dimensione umana della fede.

Proviamo a vedere come le persone che sono presenti in questo contesto ci dicano, anche solo con la loro presenza, che dimensione umana è messa in campo.

  • Pietro è colui su cui è fondata la chiesa e rappresenta la chiesa istituzione;

  • Giacomo rappresenta l'animo conservatore del giudaismo, potremmo dire l'animo conservatore della chiesa;

  • Giovanni rappresenta la chiesa carismatica, spirituale e dell'intuizione;

  • Mosè rappresenta la tradizione stabile, la legge e la norma;

  • Elia rappresenta l'animo spirituale, la guarigione, la radicalità, la fatica…

  • Gesù è colui che tra tutte queste realtà fa unità, un'unità così profonda da congiungere il mondo terrestre al mondo celeste.

Credo che l'era di Gesù rappresenti ed espliciti un modo diverso di vivere la relazione con noi stessi, con il mondo terreno e con il mondo celeste.

Si tratta di una dimensione che noi troppo spesso tendiamo a rifiutare, una visione che un certo pezzo di chiesa esclude.

Tendiamo ancora sacralizzare troppo i ruoli, le tradizioni e addirittura sacralizziamo in modo sbagliato i sacramenti.

In un'esperienza potente come quella del Tabor vediamo come sia invece fondamentale la concretezza.

Pietro, Giacomo e Giovanni cadono nella tentazione di uno spiritualismo adagiato, spirituale e clericale: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”.

Perdonatemi se mi permetto un appunto, ma ascoltando certi contenuti e leggendo alcuni testi di certe chat religiose… direi che c'è molto da lavorare.

Molti dei nostri gruppi di catechesi, di preghiera e di meditazione sono pienamente nella dinamica del quieto vivere personale, della separazione con il mondo intorno a noi e della mancanza di concretezza… soprattutto con se stessi.

Dio invece ci riporta alla dimensione della concretezza quando dice «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».

Dove la parola “ascoltatelo” non è semplicemente un ascolto passivo, intellettuale, ma rappresenta un ascoltare che si fa azione. Potremmo dire che la parola “ascoltatelo”, nell'ottica del Vangelo, si può interpretare in “imitatelo”.

E dopo le grandi e mirabolanti scenografie del Tabor cosa avviene?

“Improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro”.

Resta solo Gesù o meglio “Gesù solo”.

Resta solo la dimensione umana, resta solo Gesù storico, resta quella dimensione autenticamente divina di Dio che può emergere solo attraverso l'umanità.

Noi troppo spesso parliamo di fede, ma non riusciamo a calarla nella nostra vita concreta, quotidiana e profana.

Ci manca sempre un pezzetto che è quello dell'unificazione e dell'andare all'essenziale.

In questa Quaresima andiamo all'essenziale e non tergiversiamo.

Bene lavorare su contenuti spirituali, bene recuperare la dimensione della preghiera personale e comunitaria, ma dobbiamo fare un processo di unificazione attraverso azioni concrete. È quello che dicevamo settimana scorsa…

Se noi vogliamo veramente fare l'esperienza del Tabor, dobbiamo tornare a muovere le mani e a mettere in campo energie nuove.

L'esperienza del Tabor è un'esperienza che poi prosegue a valle… non l'abbiamo letto oggi, ma l'esperienza del Tabor finisce con l'esperienza dell'indemoniato a valle.

In questa Quaresima inoltre dobbiamo allontanarci dalla spiritualità del dolore che troppo spesso ha caratterizzato le nostre quaresime. Il digiuno non serve a Dio, ma noi per renderci conto che siamo persone limitate. I sacrifici a Dio non servono, ma servono a noi per crescere nella generosità e nell'umiltà, nella mitezza e nella carità. Se dunque è vero che è importante nel tempo di Quaresima esercitarsi in queste cose, restano pur vero che non è la dimensione fondamentale della Quaresima.

È il solito errore per cui noi dividiamo la croce dalla resurrezione, no! La croce e la resurrezione sono la stessa cosa, sono legate e la croce non è l'apice della vita cristiana.

Dio è amore e non sofferenza, ma Dio attraversa la sofferenza e lo fa in modo umano.

Il Tabor potremmo definirlo come esperienza di consolazione e di speranza che ci deve dare la forza di tornare a una fede quotidiana che è faticosa e che è composta principalmente da relazioni, azioni, sguardi e dinamiche molto molto molto umane.

Ognuno troverà il proprio modo di vivere la Quaresima e la vita, ma mi permetto di suggerire soprattutto a noi più grandi di fuggire da catechesi che hanno queste caratteristiche:

  1. Troppo spirituali e poco concrete;

  2. Troppo centrate sul dolore e sulla penitenza fine a sé stesse oppure che sottolineano una sorta di necessità di Dio di nostre forme penitenziali non evidenziando a sufficienza il valore antropologico e pedagogico della penitenza;

  3. Troppo centrate sul peccato, sul “mondo cattivo” oppure forme di catechesi che accusano perennemente chi non vive le nostre dinamiche o non condivide le nostre convinzioni;

  4. Che si discostano in modo implicito o esplicito dal magistero recente, dalla figura del Santo Padre oppure che esaltano con eccessiva forza modelli religiosi del passato. Gesù non è ieri e non è domani, ma oggi!

Non spiritualizziamo la fede, non spiritualizziamo la chiesa perché altrimenti cadiamo nell'errore di Pietro nel Vangelo di oggi.

 
 
 

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