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III DOMENICA DEL TEMPO DI PASQUA ANNO A

  • Immagine del redattore: Gabriele Semeraro
    Gabriele Semeraro
  • 15 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Le letture sono tutte bellissime e sono tutte significative, ma richiederebbero molto più dei pochi minuti della mia breve omelia (e vi garantisco che nonostante le lamentele di qualcuno di voi, è veramente breve).

Pertanto mi dedicherò al Vangelo e non sarà facile essere breve e allo stesso tempo provare a lasciarlo parlare alla nostra vita.

I discepoli, che sono in cammino verso Emmaus, hanno vissuto un'avventura bellissima di 3 anni con Gesù.

La cosa sorprendente è che, nonostante l'intimità con lui, non hanno capito niente.

I discepoli non hanno un nome in questo testo perché siamo noi! Anche noi non abbiamo capito niente di Gesù e del Vangelo.

Questo è palese da molti atteggiamenti che abbiamo noi in prima persona e che hanno i nostri governanti.

Quei governanti che invocano Dio per fare la guerra, quei legislatori che promuovono leggi che mettono a morte le persone solo perché diverse dai loro presunti modelli culturali, quei sistemi sociali che discriminano su qualunque cosa.

Anche noi come i discepoli di Emmaus ci lasciamo entusiasmare da tante cose, ma non abbiamo capito né Gesù né la sua croce né la nostra Croce.

Così tante volte noi decidiamo di andarcene, di mollare non la chiesa bensì il cammino di fede personale.

Il cammino di fede personale è una cosa e la chiesa è un'altra… A volte bisogna prendere un po' le distanze dalla Chiesa, ma non dal Vangelo e dal proprio impegno personale.

In questo tempo di tristezza e di smarrimento ecco che si affianca qualcuno.

Davanti al racconto triste di un presunto fallimento, questo straniero sembra ignorarlo e sembra avere uno sguardo diverso sulla realtà.

Quando non sappiamo fare correttamente memoria della nostra storia, anche noi rischiamo di fare come questi due discepoli: diciamo che va tutto male e che tutto è fallimento.

Troppo spesso siamo così: ci lamentiamo, muguniamo, vediamo tutto storto e tutto ciò che è intorno a noi è male. Non è così, ma semplicemente siamo noi che siamo diventati dei bambini capricciosi che non vogliono impegnarsi in prima persona, che hanno mille pretese e che soprattutto peggiorano la vita agli altri.

Lo straniero invece ha uno sguardo diverso e riesce a fare memoria della storia rileggendola alla luce della Parola di Dio, sotto la luce della speranza di Dio.

Se prestiamo attenzione ci sono persone così nella nostra vita: a volte è il parroco, a volte è il parente, a volte è un amico, a volte è un collega, a volte è uno sconosciuto, un film, un libro e a volte un silenzio.

In questo tempo denso di significato si scopre il piacere dello stare insieme. Lo straniero deve andare altrove, ma noi vorremmo prolungare questo tempo denso di significato e a volte di affetto.

Nell'intimità di una tavola imbandita, di un semplice gesto come può essere spezzare il pane, si rivela la presenza dell'amico dell'anima: Gesù.

A volte è necessario fermarsi alla locanda della vita, a volte è necessario farlo con la propria fatica e con il proprio dolore, ma anche con un cuore che arde dal desiderio di un cambiamento.

A volte questo spazio può essere semplice e piccolo, ma altre volte può essere grande e significativo.

La locanda è quello spazio di intimità con noi stessi e con Dio .

Dopo il tempo della locanda si apre una nuova fase della vita che è quella dello slancio, della ripartenza e delle nuove prospettive.

Dobbiamo stare molto attenti a metterci nelle condizioni, di quando e quando , di stare nel silenzio della presenza di Dio…non è un optional.

Per qualcuno si tratta di un ritiro, per qualcuno di un anno sabbatico e per qualcuno di un lavoro io continuo nella propria vita accompagnato magari dallo psicologo e dal padre spirituale.

Ma quando si arriva a riconoscere il Signore nella propria vita allora è lì che bisogna ripartire e non possiamo adagiarci su noi stessi.

Si riparte faticosamente perché si è perso il ritmo, ma si riparte con entusiasmo…

Per qualcuno è un cambio di stile, per altri è una conversione del cuore e per altri ancora è proprio un cambiamento di vita.

Per qualcuno è un lasciare il lavoro, per qualcuno è un divorzio, per qualcuno è cambiare città e per altri è semplicemente cambiare il modo di relazionarsi con il mondo.

Qualunque cosa sia…tutto deve ripartire da quella relazione intima con Dio che si manifesta in quel gesto semplice e quotidiano: spezzare il pane.

I discepoli di Emmaus tornano dalle persone care ad annunciare qualcosa di nuovo e sorprendentemente scoprono che anche queste persone non sono più le stesse… anche loro hanno incontrato la resurrezione.

Vedete la dinamica della resurrezione funziona esattamente così: è contagiosa!

Se oggi viviamo una dimensione di vita triste e una dimensione di fede ancora più triste è perché ci siamo lasciati contaminare dal virus della religione e dal virus sociale del menefreghismo applicandolo anche alla nostra vita spirituale.

Il punto significativo di questo incontro è stato riconoscere Cristo nello spezzare il pane cioè in un gesto intimo, familiare e quotidiano.

Mi domando se noi sappiamo riconoscere Cristo nei nostri gesti intimi, quotidiani e familiari… mi domando se tra questi gesti ci sia anche la mensa eucaristica.


Cristo si fa vivo e si manifesta nella quotidianità della nostra vita, per chi sa vederlo.

 
 
 

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