top of page

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - A

  • Immagine del redattore: Gabriele Semeraro
    Gabriele Semeraro
  • 24 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Prima di parlare della profezia che abbiamo udito due volte oggi, nel Vangelo e in Isaia, trovo importante soffermarmi su come il Vangelo abbia associato alla profezia la chiamata dei primi quattro discepoli. 

Viene annunciata una luce che sorgerà e questa luce Gesù la fa sorgere attraverso quattro fratelli. Se uno legge il Vangelo senza avere le conoscenze giuste rischia di immaginarsi che Gesù passa senza conoscere queste persone e le chiama, queste persone senza conoscere Gesù mollano tutto.

Follia. Chi di voi lo farebbe?

Non è esattamente così… le persone che chiama Gesù sono persone già discepoli di Giovanni oppure appartenenti al proprio clan familiare (Giacomo e Giovanni sono cugini di Gesù).

A livello umano capiamo allora come la chiamata parte comunque da una dinamica molto specifica, molto familiare.

Gesù chiama per nome: Gesù non chiama mai a caso, ma conosce il tuo nome, la tua intimità.

In settimana c'è stato un vangelo in cui si raccontava la chiamata dei dodici e Gesù addirittura li chiamava utilizzando il soprannome.

Il Signore conosce la tua identità più profonda. Anche venerdì sera all'incontro diocesano si è parlato di nome e di identità. 

È importante il tema di chi sei tu per te stesso e per il Signore… senza maschere e senza camuffamenti.

Proviamo a riascoltare la profezia e a capire come questo tema della chiamata sia intimamente connesso alla luce che sorge.


“Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti!

Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”


Abbiamo sentito questo brano due volte: nel profeta Isaia e nel vangelo di Matteo.

Questa semplice profezia è potente se compresa. Zabulon e Neftali sono 2 territori periferici in Israele dove c’era la presenza di molti pagani. Sono quindi due zone sia geograficamente che socialmente lontane dal cuore della fede, cioè da Gerusalemme.

La profezia parla di un luogo di periferia esistenziale, quindi un luogo oscuro, da cui sorgerà la luce.

 E’ dalle periferie esistenziali della vita che il Signore decide di ripartire.

Gesù chiama per nome dei pescatori che non sono dei modelli di virtù, di santità e di bontà. 

I pescatori in fondo erano poco più considerati che i Pastori (ricordiamo che i Pastori sono dei delinquenti della cultura giudaica).

Qual è il luogo oscuro, periferia, della tua vita? Quel luogo oscuro è luogo da cui il Signore fa sorgere la luce.

Gesù riparte dalle fragilità esistenziali accogliendo, curando e valorizzando ogni debolezza umana, trasformando la sofferenza in forza e speranza attraverso l'amore, la vicinanza e l'esempio di una vita libera dai pregiudizi, mostrando che la fragilità è un percorso verso la dignità e la pienezza, radicando la sua azione nel mistero della croce dove la debolezza divina si fa salvezza per i "piccoli", e da lì si ricostruisce la comunione e la vita nuova. 

Capiamo bene allora l'importanza della fragilità, del peccato e della sofferenza intima. 

Non c'è nulla che non possa diventare luogo di luce come la nostra fragilità. 

Il Salmo 118 dice: “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d'angolo”.

Ciò che è scarto diviene fondamento. Lo scarto di Simone diventa la roccia di Pietro. La fragilità e il peccato di Simone diventano la colonna su cui poggia la comunità dei discepoli.

Uno dei nemici fondamentali di questo cammino che impedisce di vivere in modo sereno la fragilità è il fazionismo, il partitismo, che divide.

Paolo ci da un esempio…

“Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».”

Il fazionismo di una comunità, di una famiglia, ne è un esempio… ma non è l’unico!”

All'interno della cristianità diciamo: “io sono cattolico, io ortodosso, io protestante, ecc…”

Oggi con la scusa dell'uniformazione facciamo la stessa cosa all'interno della Chiesa Cattolica: “io sono di Benedetto VI”, io sono di “Francesco” e io sono di “Leone XVI”. 

Facciamo la stessa cosa in diocesi: “io sono di don Semeraro, io di don Lupino, io di don pincopallo…”

Ma lo facciamo anche in parrocchia: “noi siamo ACR, noi Scout, noi Cavalieri Amici, ecc…”

Mi domando: non siamo tutti e tutte discepoli/e di Gesù? Perché siamo qui? Perché facciamo quello che facciamo? Cosa muove le nostre azioni?

Il fatto di avere preferenze personali, anche molto radicate, non è male… il male nasce nel momento in cui si genera il fazionismo: esisto solo io.

Torniamo a quello che dicevo domenica scorsa: la chiesa è Cattolica perché c'è spazio per tutti e questo spazio per tutti si esprime nelle diverse sensibilità personali (mi permetto di dire, come domenica scorsa, anche parrocchiali).

Il fatto che all'interno della comunità diocesana ci sia una chiesa di rito tridentino, che ci sia un parroco fissato con la politica, che ci sia una realtà accogliente ai poveri, che ci sia un gruppo sensibile alle questioni di genere, che ci sia un gruppo Pro vita e che ci sia un gruppo invece più liberale, ecc… tutto questo è essere cattolici. 

Questo non vuol dire che a San Paolo ci sia posto per tutti, che a San Giuseppe ci sia posto per tutti, che alcuni progetti vadano bene per tutti. 

Quando però si diventa ideologici e partitici allora non va bene. Di solito ci si accorge di questa deriva, per lo meno nella chiesa, perché si diventa dei giuristi. 

Tutto ciò che è al di fuori del codice normativo, della prassi e del catechismo viene bollato come scomunicato, eretico. 

Oppure il caso opposto… quando tutto ciò che è stravagante, fuori dagli schemi e dai codici diviene l'unica verità. 

La realtà è più complessa di così… la vita spirituale è più complessa di così…

Ci sono alcune cose che muovono la nostra vita: amore, tempo, morte ed eternità di resurrezione.

Il fazionismo nasce dall'aver dimenticato che siamo discepoli/e e dimenticando che POSSIAMO pensarla diversamente gli uni dagli altri, ma che ciò che ci unisce è più importante.

I nostri desideri vanno orientati a Cristo e Cristo può dare senso ai nostri desideri. 

Vediamo un attimo questi quattro principi di cui vi ho appena accennato:

  1. Amore: desideriamo essere amati, tutti! E vogliamo amare liberamente. L'amore umano per noi assume la forma dell'umanità di Cristo. Cristo ama tutti? Eppure sgrida i suoi, litiga con scribi e farise… ma li ama. Perché per noi dovrebbe essere differnte?

  2. Tempo: Tutti vorremmo più tempo, ma sappiamo di averne poco. In Gesù il tempo diviene il luogo in cui noi possiamo amare, in cui tutto assume un valore e in cui possiamo dare un senso. Il tuo tempo ha senso alla luce di Gesù? La fede ti aiuta a trovare un senso al tuo tempo sulla terra?

  3. Morte: della morte abbiamo tutti timore, ma è anche la morte che rende preziosa la nostra esperienza terrena. Gesù è colui che ha abbracciato il demone della morte e lo ha trasfigurato in porta essenziale della vita, in Angelo che apre alla vita. Senza la morte la nostra vita sarebbe meno preziosa. Quali piccole o grandi morti ti fanno paura? Perché non permetti a Gesù di trasfigurarle?

  4. Eternità di Resurrezione: Gesù trasfigurando la morte l'ha resa porta di resurrezione reale, ma la vita da risorti comincia qui sulla terra. Vivere da risorti vuol dire fare i conti con le proprie fragilità e paure capendo che possono diventare punti di forza per noi, per gli altri e per Cristo. Quali paure ti impediscono di vivere da risorto? Quali paure ti immobilizzano? 

Concludo dicendo che dobbiamo riscoprire una dimensione intima con Gesù. L'ho detto qualche settimana fa e lo ripeto, fuggiamo dalle dinamiche religiose. 

La fede ha a che fare con l'Uomo-Dio che mi chiama per nome e che ama proprio me.

A Gesù non importa la tua fragilità, ma gli interessa se sei disposto a lasciarti aiutare per trasformare la tua fragilità nel punto in cui trovi maggiore forza.

Per dirla come San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (12, 10): “quando sono debole, è allora che sono forte”.

 
 
 

Commenti


  • Facebook personale
  • Gruppo Facebook
  • Instagram profilo personale
  • Pinterest
  • Instagram Icona sociale
  • YouTube Icona sociale
  • Tumblr Social Icon
  • Twitter Clean
bottom of page