IV DOMENICA DEL TEMPO DI AVVENTO ANNO A
- Gabriele Semeraro

- 21 dic 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Siamo giunti all'apice del nostro cammino di Avvento e le letture vogliono sottolineare il tema della fatica.
Ci sono fatiche diverse, nuovi inizi e novità che richiederanno altre energie.
Potremmo dare un titolo ad ogni lettura per facilitare la comprensione di questi testi:
1° lettura - La fatica di chiedere e l’autosufficienza: Dio per primo promette;
Salmo - La fatica dello stare davanti a Dio;
2° lettura - La fatica di chi guida;
Vangelo - La fatica dell'accettazione: scegliere di essere padre e madre.
Per ciascuno di questi titoli e di questi testi ci vorrebbero ore di catechesi, ma noi non li abbiamo. Vi affido pertanto questi titoli e vi chiedo come impegno, nei prossimi giorni che precedono il Natale, di stare su questi testi.
Noi come al solito ci soffermiamo sulle tre letture.
Il re Acaz non è un buon re e manca di fiducia in Dio. È sposato con una donna, nel testo viene definita vergine, che non sta dando un erede al re.
La profezia pertanto non è riferita a Gesù bensì alla coppia reale.
La profezia si realizzerà a pieno titolo con la nascita di Ezechia che salì al trono alla morte del re. Fu un grande sovrano che portò avanti un'importante, radicale e violenta, riforma religiosa del culto ebraico. Distrusse gli ultimi rimasugli di paganesimo che si praticavano anche nel tempio e distrusse definitivamente ogni forma cultuale idolatrica.
Giustamente quando l'evangelista ripensa alla storia di Gesù si rende perfettamente conto che questa profezia è tranquillamente applicabile a Gesù e alla sua vicenda.
Acaz non è umile quando dice “non lo chiederò, non voglio tentare il Signore“ bensì sta esercitando una formulazione tipica dell'ambiente religioso per dire in modo cortese il proprio “no” perché ritiene di essere autosufficiente. Dio gli propone ciò che era stato proposto a Salomone, cioè di scegliere un dono, e la risposta del re è “no grazie”.
A quel punto è Dio per primo che promette alla vita di Acaz qualcosa di importante, ma non si limita a realizzare la profezia con la nascita di Ezechia bensì si apre alla salvezza universale applicando la profezia al Cristo.
Ti domando…
Quando nella tua vita non hai avuto il coraggio di chiedere a Dio? Quante volte sei autosufficiente e preferisci vivacchiare la vita invece che impegnarti nelle cose importanti? Quanto la tua presunta vita di fede influenza la tua quotidianità?
Il Vangelo pone l'accento su una fatica diversa che è appunto la fatica di Maria e di Giuseppe. Maria vive la fatica del fidarsi di Dio fino al punto di rischiare la propria vita (il tempo del fidanzamento era considerato uguale al tempo del matrimonio quindi rimanere incinta voleva dire rischiare la lapidazione).
Giuseppe vive la fatica di qualunque essere umano che si ritrova in una condizione di questo tipo: il sospetto di un tradimento, l'incomprensione e la rabbia.
Giuseppe è un uomo giusto ed è un uomo buono il che lo porta comunque ad avere un atteggiamento di tutela verso Maria.
Attenzione perché non è che gli va tutto bene, ma non vuole la morte di Maria.
Giuseppe è un uomo abituato a pensare e a vivere in modo buono le sue relazioni.
Questo dice di Giuseppe che è un uomo abituato a vivere la profondità di se stesso, un uomo non superficiale e un uomo aperto al principio di realtà: la realtà è superiore all'idea.
A Giuseppe, probabilmente dopo un lungo combattimento durato giorni, basta un sogno per prendere una decisione difficile.
Guardate che questa decisione non è da guardare con sospetto e neppure pensando sia una roba eroica e neanche con superficialità.
Se Giuseppe non avesse scelto di assumersi la responsabilità della paternità di Gesù, Giuseppe avrebbe vanificato parte delle profezie che dicono esplicitamente che il Salvatore sarebbe nato dalla casa di Davide.
Non è una roba da poco perché Gesù non sarebbe stato riconosciuto come il Cristo. Non è una questione quindi solo umana e di orgoglio maschile, bensì è una questione teologica.
Maria non è della tribù di Davide e Gesù non è figlio biologico della tribù di Davide, ma grazie a Giuseppe viene assunto a parte integrante della tribù e della discendenza.
Nella giuristizione giudaica e in quella romana l'atto di adozione conferiva gli stessi diritti di un figlio biologico.
A pieno titolo Gesù appartiene alla discendente della casa di Davide.
I figli non sono di chi li fa bensì di chi li cresce cioè di chi si assume la piena responsabilità genitoriale.
Arrivare a scegliere questa cosa richiede una grande maturità umana e spirituale. Quando sento dei genitori dire “ai miei figli non ho fatto mancare nulla quindi sono un buon genitore”, mi verrebbe da urlare e prendere a sberle questa persona.
Ti sei assunto il ruolo genitoriale? Veramente?
Perché il ruolo genitoriale non è quello di non far mancare nulla ai propri figli bensì è quello di accompagnarli, esserci, sgridarli, vivere con loro la gioire e vivere in modo tale che un giorno siano liberi di andarsene.
Attenzione perché quello che ho appena detto vale per tutti quanti: laici, preti, suore e consacrati/e.
Ti domando…
Quanto tu sai essere genitore nel modo libero e liberante di Giuseppe? Quanto hai il coraggio di assumerti il ruolo genitoriale di chi ti è messo davanti? Puoi essere un/a educatore/trice, un prete o una persona sposata… non importa! Non sei il compagnone, non sei l'amicone e non sei neanche quello che deve proteggere Chi ti ha affidato da tutti i mali del mondo! Quanto ti assumi il ruolo genitoriale come fa Dio con noi, come fa Giuseppe e come fa Maria?
Guardate che anche la lettura di Paolo non è messa lì a caso perché lui non ha fondato la comunità di Roma, ma viene chiamato ad assumersene la paternità, la responsabilità e l'amore.
Si trova nella stessa condizione di Giuseppe e di Maria. Ecco perché ci viene presentata questa lettura che è l'inizio della lettera di San Paolo ai Romani.
Non so se sono stato troppo lungo, ma vorrei aprire anche una piccola parentesi sul perché noi diciamo che Maria, Giuseppe e Gesù sono il modello della famiglia.
Qui non si parla di questioni biologiche o di genere bensì della scelta di essere famiglia.
La famiglia di Nazareth è a pieno titolo e palesemente una famiglia queer dove il centro non è il legame di sangue, ma l'assunzione di ruolo e di responsabilità reciproca nell’amore.
Maria sceglie di restare con Giuseppe e lo sceglie come marito pur sapendo che è chiamata alla verginità, sceglie Maria anche di essere madre di un figlio che non gli apparterrà mai fino in fondo e che dovrà essere donato al mondo. Giuseppe sceglie quella donna incinta e ne fa sua moglie pur capendo che anche lui sarà chiamato a una vita di astinenza fisica. Sceglie e ama Maria fino in fondo rispettando la libertà di Maria. Altresì sceglie Gesù come suo figlio a pieno titolo e investe su di lui tutte le sue energie umane, educative e spirituali… scopo? Amare e donare questo figlio al mondo.
Gesù, prima dell'incarnazione quando ancora era semplicemente il Verbo Primogenito di Dio, sceglie di nascere da una donna, Maria, e sceglie Giuseppe come padre a pieno titolo!
A loro sceglie di sottomettersi, a loro sceglie di obbedire, sceglie di vivere con loro la quotidianità di una vita umana. Gesù sceglie di essere “figlio d'anima” come lo avrebbe definito sicuramente Michela Murgia.
È importante che la famiglia di Gesù sia una famiglia queer perché è veramente modello di tutte le forme familiari: famiglia cristiana e non cristiana, famiglie omoaffettive o poligame, le comunità religiose e le parrocchie, le famiglie in senso stretto queer e quelle tradizionali. La famiglia di Nazareth fonda la sua realtà sulla scelta del ruolo, l'assunzione di responsabilità e soprattutto l'amore reciproco.
Ti domando…
Quanto noi nella nostra vita proviamo a vivere questa idea di famiglia? E non intendo solo all'interno della nostra cerchia familiare bensì lo dico a livello antropologico: in famiglia, in città, a lavoro, nelle relazioni con le istituzioni, nella parrocchia, ecc…?
Potete arrabbiarvi col mio linguaggio, con la mia interpretazione e con l'insistenza con cui tratto certi temi… ma non potete fuggire da queste domande oggi!
Che siate d'accordo o no, e prima di dire questo bisognerebbe aver ascoltato profondamente tanto il Vangelo quanto la vita reale, dovete domandarvi che senso volete dare al vostro vivere e al vostro quotidiano.
O il vangelo dialoga con la nostra vita, con l'antropologia moderna, con la psicologia, con la politica, con la società, ecc… oppure è un bel racconto edificante, a volte non troppo, che ci raccontiamo però resta inutile.
Cerchiamo di arrivare al Natale con almeno un pezzettino in più e facciamo in modo che il Vangelo ascoltato cambi realmente la nostra vita.
Non si può continuare a vivacchiare e non si può continuare a usare la parrocchia, la chiesa, per soddisfare dei bisogni che non esistono e che spesso sono frutto di egoismo, di ignoranza e di cattiveria.
Buon Cammino.




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