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Pentecoste anno A

  • Immagine del redattore: Gabriele Semeraro
    Gabriele Semeraro
  • 24 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Per comprendere fino in fondo il significato della Pentecoste, dobbiamo riscoprire da dove nasce questa festa.

Nel mondo antico, la Pentecoste si celebrava 50 giorni dopo la Pasqua (esattamente sette settimane dopo). Nella simbologia biblica, il 7 e il 50 rappresentano la pienezza, la perfezione del piano di salvezza. Dire che la Pentecoste cade sette settimane dopo la Pasqua significa, in sostanza, che ne è il compimento: è una nuova Pasqua

Nello specifico, la tradizione ebraica legava questa ricorrenza a tre grandi significati:

La festa delle messe: Una festa agricola in cui si celebrava l’abbondanza del raccolto, offrendo a Dio le primizie.

Il dono della Legge: Il momento in cui, sul Sinai, Israele riceve i comandamenti.

La nascita di un popolo: Con la liberazione dall'Egitto e il dono della Legge, Israele smette di essere una massa di schiavi e diventa un popolo civile, con un'identità, una legislazione e la capacità di autodeterminarsi.


La novità dello Spirito: Libertà e Creatività

La Pentecoste cristiana, che il Nuovo Testamento ci racconta in diverse versioni (come abbiamo ascoltato nella Prima Lettura e nel Vangelo), porta una svolta radicale. Leggendo gli Atti degli Apostoli – sia l'evento del Cenacolo, sia la discesa dello Spirito sul pagano Cornelio – ci si accorge che il dono dello Spirito ha un ruolo decisivo e rivoluzionario, personale e comunitario.

La prima cosa che lo Spirito porta con sé è la libertà: libertà di pensare fuori dagli schemi, di esprimersi con tutti, di vivere in modo nuovo. Una libertà che diventa pura creatività. Lo Spirito Santo è l’elemento "sovversivo" dello status quo: ci libera dalle leggi scritte e morali per introdurci nella libertà dell’amore, che si esprime solo attraverso azioni concrete.

Il racconto degli Atti non è una cronaca giornalistica, ma una narrazione simbolica di un’esperienza spirituale travolgente.

Il vento, il fuoco e il tuono sono i tre classici simboli biblici della presenza di Dio. L'autore li usa per descrivere un evento potente, capace di stravolgere la vita degli Apostoli.

Quelle lingue di fuoco scendono su persone impaurite, rinchiuse, incapaci di comunicare con l'esterno. All'improvviso, accendono in loro una fiamma che li spinge a uscire dal Cenacolo per proclamare l'impensabile. Il fuoco scioglie la loro lingua e li rende capaci di parlare a chiunque, abbattendo ogni barriera. Non perché abbiano imparato tutte le lingue del mondo, ma perché parlano l'unico linguaggio universale: quello dell'amore.


Una Pentecoste oggi: oltre i pregiudizi

La Pentecoste non è un evento confinato nel Cenacolo; di effusioni dello Spirito la storia è piena, e molte avvengono ancora oggi. Quando lo Spirito agisce, si attivano dinamiche profondamente liberanti: crollano i pregiudizi, i preconcetti culturali o religiosi e persino certe forme di sterile fideismo. È stato proprio grazie a questa apertura dello Spirito se il cristianesimo non è rimasto una setta legata al giudaismo, ma si è aperto ai pagani, dei quali noi siamo i discendenti.

Oggi più che mai, come Chiesa e come singoli, abbiamo bisogno di una Nuova Pentecoste. Abbiamo bisogno di essere scossi dalle nostre paure, dalla negatività e dai mali che ci attanagliano.

Abbiamo bisogno di una Chiesa che smetta di fingere di essere forte.

Dobbiamo lasciarci alle spalle la Chiesa della legge e del moralismo per passare a una Chiesa realmente inclusiva per tutti.

Dobbiamo liberarci dalle paure etiche, dalle fobie delle "invasioni", dalle logiche di chiusura, dalla misoginia strisciante e dall'omofobia dilagante (che oggi sembra superata solo in TV o sui social, ma non nella realtà).

Dobbiamo reimparare l'alfabeto dell'amore. Un amore fatto di azioni reali, non di frasi fatte da bigliettino di cioccolatini. Un sorriso buono, una parola cortese, uno sguardo di stima, un gesto di concreta gentilezza: questo è lo stile da assumere oggi stesso.


Comincia tu!

Non aspettiamo che siano gli altri a fare il primo passo. Comincia tu.

Basta con le scuse del tipo: “Ma l'altro mi ha fatto...", "Quello ha detto...", "Guarda come vive quel prete..."*. Se vuoi essere una persona secondo lo Spirito, se vuoi lasciarlo agire in te, devi iniziare a cambiare tu. Non aspettare il parroco, il vicino di casa o quel parente con cui non parli da una vita. Sii tu l'amore che desideri ricevere dagli altri.

San Giovanni della Croce diceva che lo Spirito Santo è contagioso, e lo spiegava così:

"Dove non c'è amore, metti amore e troverai amore".


L'amore non è una questione di carattere, ma di sguardi, gesti, azioni e relazioni. Se riceviamo lo Spirito ma preferiamo rimanere arroccati nelle nostre abitudini umane e religiose, stiamo soffocando il dono di Dio. E di questo soffocamento saremo chiamati a rispondere.

Esiste un termine, nato in ambito psicologico e culturale per definire la ricerca della propria identità e affettività: il termine “queer". È una parola che non definisce rigidamente ciò che si è, ma scardina le vecchie categorie e lancia verso la ricerca del nuovo. Ecco, in questo senso, lo Spirito Santo è decisamente "queer": genera in noi qualcosa di simile. Ci aiuta a non definirci più in base alle nostre false sicurezze umane, religiose e spirituali; ci spinge fuori dalla nostra comfort zone per farci sperimentare un amore che assume forme estremamente nuove e concrete.

Lasciamoci contagiare da questo amore e iniziamo a viverlo. Non a parole, ma con i gesti reali della gentilezza quotidiana.



 
 
 

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