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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

  • Immagine del redattore: Gabriele Semeraro
    Gabriele Semeraro
  • 8 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Che cosa dà sostanza, spessore e consistenza alla nostra vita? È una domanda difficile eppure è una domanda fondamentale.

Non dobbiamo cadere nel tranello, religioso e umano, di pensare che ciò che dà consistenza alla nostra esistenza sia questa inutile struttura religiosa che prende il nome di parrocchia, di chiesa e di religione cattolica.

Anche chi è ateo si fa la stessa domanda: cosa dà sostanza, spessore e consistenza alla mia vita?

Penso che questa debba essere la domanda fondamentale da cui ripartire sul nostro modo di vivere ogni realtà della nostra vita.

Il profeta Isaia prova a ripartire dalla dinamica e dal grande fraintendimento che ancora oggi ci portiamo dietro: sovrapporre la fede viva alla religione morta! Sovrapporre le leggi e le norme al vivere buono e alla relazione buona con Dio.

Isaia parla del digiuno, che è uno degli obblighi di un buon ebreo, ma lo rilegge alla luce delle categorie spirituali e non religiose.

“Non consiste forse il digiuno che voglio nel dividere il pane con l’affamato, nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?”

Il bene lo possiamo vedere tutti e lo possiamo fare tutti, ma questo non ci rende automaticamente persone di fede.

Una delle grandi bugie dello scautismo contemporaneo, dei movimenti cristiani e di un certo pezzo di persone che si definisce “credenti” è proprio questo: credere che fare buone azioni basti per essere nella logica di Dio. Forse possiamo dire che è la base, ma non è tutto.

Del resto abbiamo anche l'errore contrario cioè credere che basti essere in qualche modo nella logica della sola preghiera per potersi dire nella logica di Dio.

In fondo il profeta Isaia sembra risuonare in una pagina del Vangelo quando Gesù, sgridando gli scribi e i farisei, dice:

“Ma guai a voi, farisei, poiché pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erba e trascurate la giustizia e l'amore di Dio! Queste sono le cose che bisognava fare, senza tralasciare le altre” (Lc 11, 42).

Per essere nella logica di Dio e nella logica di una buona vita di fede bisogna tenere insieme entrambi gli aspetti.

C'è qualcosa che da sostanza alla nostra vita umana, ma c'è un sale che dà un sapore in più se entriamo nella logica di Gesù.

Mi domando se noi siamo ancora sale e se siamo ancora luce… Prima di tutto non per gli altri bensì in noi stessi.

In questi giorni stavo guardando un video su YouTube di un'intervista fatta da Giacomo Poretti ad Alberto Ravagnani.

Giacomo lo conoscete bene perché è un personaggio televisivo del trio Aldo, Giovanni e Giacomo.

Alberto Ravagnani è una figura emergente del mondo social ed è un sacerdote di 33 anni circa. In questa intervista Alberto, tra le molte cose, racconta le motivazioni per cui sta lasciando il ministero sacerdotale.

Ho trovato il Vangelo di questa settimana in forte risonanza con la sua spiegazione del perché lascia il ministero e del perché tanti si allontanano dalla Chiesa.

Noi ormai non abbiamo più il sapore del Vangelo, non siamo più centrati sul Vangelo, ma siamo divenuti come gli scribi e i farisei: vuoti e inconsistenti.

Non è una questione di essere progressisti o conservatori, non è una questione semplicemente di linguaggio e non è neppure solo il cambiamento storico…si tratta proprio di aver perso di vista il Vangelo e la serietà che il Vangelo ha nelle conseguenze della nostra vita.

Perché tanti lasciano e come mai la chiesa tradizionale (quella del latino per intenderci) sta prendendo forza?

I motivi sono tanti e di tanti tipi, ma forse un pezzo è proprio quello di non volersi più fare domande, non volersi più impegnare seriamente e non volere più entrare in una dinamica faticosa di domande continue e di ricerca continua.

Come recuperare il sapore, io non lo so. Credo che l'unica via possa essere ritornare al Vangelo e ritornare a una vita che non ha idealizzato la fede rinchiudendola nelle dinamiche religiose.

Alberto si domandava se c'è un modo diverso oggi di essere cristiani e di essere preti, ma non ha dato una risposta… forse la risposta non c'è ancora e bisognerà trovarla tutti insieme, ma anche ciascuno per se stesso.

Il covid è stato un virus maledetto, ma che è stato benefico per la chiesa perché ha abbattuto con violenza ciò che già era morto dentro.

In circa vent'anni siamo passati da un 19% di battezzati che non frequentavano la liturgia ad un 36% di oggi (dato che forse non è corretto e che sfiora più il 50%).

E non stiamo parlando dei non credenti che sono in aumento, ma di noi battezzati.

In un mondo che ha bisogno di maestri spirituali, in un mondo che ha bisogno di testimoni attendibili e in un mondo che soprattutto ha bisogno di persone che sanno darsi con la propria umanità… noi siamo ancora dietro a liturgia stanche, siamo dietro a divisioni inutili e a giochi di potere.

Essere luce e sale non significa essere impeccabili, non significa essere perfetti e non significa sapere tutto.

Essere luce e sale significa che il nostro pensiero, il nostro sguardo, il nostro cuore e le nostre mani provano a fare del proprio meglio.

Fare del proprio meglio alla luce di ciò che è buono e bello, alla luce di ciò che è il Vangelo e che è autenticamente umano.

Lasciamo le teologie e le morali ai feticisti della religione… noi ritroviamo il sapore del buon vivere quotidiano.

Riscopriamo come Dio emerge nella mediocrità della nostra vita e come emerge anche dalla nostra fragilità… questo è essere luce e sale del mondo.



 
 
 

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