XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
- Gabriele Semeraro

- 5 lug 2025
- Tempo di lettura: 6 min

La parola di Dio di oggi vuole dare leggerezza allo stile credente dei discepoli e delle discepole del Signore.
Ciò che è avvenuto nella storia della chiesa in realtà è avvenuto per la storia religiosa di ogni tempo: una grande missione partita con entusiasmo diviene una struttura religiosa pesante, triste e autoreferenziale.
Il problema non è la radicalità delle convinzioni, ma uno stile credente che sia autentico e leggero anche se allo stesso tempo alto ed esigente.
Israele sempre nella sua storia passa da momenti di estrema pesantezza e disumanità, a momenti di grande slancio. Di solito i momenti di slancio si hanno dopo i grandi esili, le grandi sconfitte e quando Israele per tanto tempo patisce la schiavitù. Ogni volta che il popolo eletto si sente troppo sicuro delle proprie convinzioni ecco che si scatena la violenza, l'arroganza, la tristezza e il giurismo.
Isaia sta profetando un tempo nuovo dove il popolo verrà consolato e Gerusalemme, non la Gerusalemme fisica bensì quella Gerusalemme immagine di Dio, riaccoglierà i suoi figli come una donna che allatta.
È un'immagine potente di un Dio che si fa madre e che attacca al suo seno i suoi figli.
Questa promessa degli inizi, questa leggerezza della ripartenza, la ritroviamo nel Vangelo.
Gesù manda i suoi 72 a coppie in giro per preparare il suo passaggio. Il primo dato importante allora è che i discepoli non dovrebbero essere inviati da soli, ma sempre con amici.
Qui in questo passo non si sta teorizzando la vita comune dei preti o chissà quale forma comunitaria, ma si dice una cosa più profonda e cioè che il discepolo non è mai da solo nella sua missione bensì viene inviato con qualcun altro che come lui è chiamato.
Altro dato importante è che gli inviati fuori dai confini non sono tantissimi, esattamente come oggi, ma Gesù non è preoccupato. Ricorda semplicemente di chiedere al Padre nuovi inviati.
Allo stesso tempo non possiamo dimenticare la nostra responsabilità ad invitare altri a seguire Gesù nelle varie vocazioni.
Quando uno ha chiaro che Gesù lo sta inviando, a prescindere dalla vocazione specifica, deve proseguire dritto per la propria strada al di là di qualunque cosa… Al di là degli amici, della famiglia, del lavoro, dell'opinione pubblica e dei social.
Esempi autorevoli di questo stile li abbiamo in Don Gallo, Don Mazzi, Chiara Lubich, Don Benzi, Andrea Riccardi, Michela Murgia e tanti altri… potrei farvi anche tanti nomi di laici e laiche della nostra diocesi che con impegno portano avanti il messaggio di Gesù attraverso azioni concrete spesso nascoste.
Un mio amico sacerdote diceva che “la chiesa è per tanti, ma non per tutti” e aggiungeva che però la vocazione profonda della chiesa è “di accogliere tutti”.
Alla luce del Vangelo di oggi in fondo troviamo la stessa affermazione… il messaggio è per il mondo intero, ma non si è chiamati a bussare porta per porta.
C'è chi lo farà al nostro posto se la nostra testimonianza sarà autentica!
Ognuno sceglierà se entrare nella comunità dei credenti, dei discepoli, oppure se fare altri percorsi… in questo senso allora l'affermazione del mio amico potrebbe essere vera.
Un altro insegnamento dal profondo valore psicologico e spirituale è quello della Libertà. Noi diamo un annuncio al mondo con la nostra vita e ci sarà chi lo accoglie, ci sarà chi ci nutrirà, ci sarà chi farà famiglia con noi e si metterà insieme a noi a camminare.
Ci sarà anche chi rifiuterà il nostro annuncio…
Se noi attacchiamo il cuore all'opinione pubblica, o meglio alla pubblica opinione, rischiamo di rimanere imprigionati e smettiamo di essere liberi nella nostra storia di vita credente.
“Quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”.
Questa cosa è molto difficile da fare dal punto di vista umano, affettivo, psicologico e spirituale.
Sapete perché questo? Perché al di là di tutto, alla fine, siamo soli a portare il peso nel bene e nel male… soli nelle conseguenze positive e negative, ma mai soli con Gesù.
In questo Vangelo inoltre si parla in maniera un po' velata del peccato di inaccoglienza e l'accusa di Gesù è grave. Attenzione perché questa non è un'interpretazione del sottoscritto, ma ormai più che approvata e insegnata dalla Chiesa…
Gesù cita il peccato di Sodoma e dice che chi rifiuta i discepoli subisce una conseguenza peggiore. Recentemente durante un incontro di catechesi con adulti mi sono reso conto che proprio questo passaggio del Vangelo non è capito veramente e che anzi si fa carica di significati sbagliati.
Qual è il peccato di Sodoma? Il peccato di Sodoma non è la sodomia bensì è la non accoglienza dei tre messaggeri del Signore. Se questo è poco chiaro nel testo originale, nell'interpretazione del Vangelo di Luca, cioè il testo di oggi, questo è reso palese da Gesù stesso. Perché è esattamente questa l'interpretazione delle vicende di Sodoma.
Cerchiamo di privare la parola “accoglienza” da qualsiasi substrato partitico, ideologico e di genere.
La parola “accoglienza” ha un profondo significato se rimane legato al concetto di umanità, se rimane ancorato alle parole di Gesù.
Io posso accogliere l'altro con la “A” maiuscola solo se sono disposto ad accogliere “l'altro” che mi sta davanti a prescindere da chi sia.
Altra cosa che il Vangelo ci pone davanti è la gioia di questi discepoli che si gloriano del fatto che anche i demoni si sottomettono al nome di Gesù.
Gesù è severissimo su questa cosa: “non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
Questa è la tentazione di tutti i credenti e non credenti, i preti e i laici. Ci riempiamo la bocca delle mille cose buone che abbiamo fatto e che hanno funzionato, pensiamo che il fare tutte queste cose ci dia dei meriti e dimentichiamo il perché facciamo certe cose.
Perché viviamo certe cose come laici e come preti, come individui e come chiesa?
Guardate che non è volontariato la nostra azione, o perlomeno non dovrebbe esserlo.
Perché si fa catechismo? Per dare i sacramenti? No, o meglio anche, ma si fa soprattutto per educare e accompagnare i bambini a un incontro con Dio. Si fa per far capire loro che Dio non è un essere di fantasia, ma che ha a che fare con il mondo adulto, con noi.
Perché Caritas si fa vicina ai poveri? Perché la questione sociale della povertà è una cosa che riguarda tutti e di cui si vorrebbe trovare una soluzione? Anche, ma non solo. Caritas mette in atto certe azioni perché Gesù ci ha detto di mettere in atto certe azioni. Perché Gesù vuole che accompagniamo le persone più indigenti a un incontro con lui; incontro che non ci può essere se devono preoccuparsi di come fare a mangiare.
Perché alcuni di noi, laici e sacerdoti, sono impegnati su molti temi legati all'inclusione etnica, di genere, lavorativa, affettiva, ecc…? Per una questione meramente sociale? Non solo, ma soprattutto perché è nel mandato dei 72 di fare discepoli tutte le nazioni cioè da tutte le realtà cioè tutte le componenti della nostra società.
Capiamo bene allora che il Vangelo di oggi ci dice qualcosa di serio e di importante come chiesa e come singoli.
Oggi sembra di moda portare i sacerdoti sui giornali e qualcuno si compiace di questa cosa (in bene e il male), ma vi garantisco che quando si prova a essere centrati sul Vangelo… anche se si torna a casa feriti e estremamente provati nella propria carne… Vi garantisco che scuotere coi piedi la polvere del male che ci si è attaccata addosso è necessario e allo stesso tempo è ancora più doloroso.
Non sarà il successo delle nostre azioni a decretare la nostra salvezza, ma la convinzione di restare discepoli e il desiderio che sia Gesù ad aprire la strada.
Ecco che allora tolti i grandi nomi che vi ho citato prima, la missione passa attraverso tante cose: come vivo, cosa penso, cosa dico, cosa faccio, come amo, come desidero, come guardo, come interagisco, come prego, ecc…
Dobbiamo recuperare però anche la dimensione di una fede seria, ma non seriosa. Dobbiamo recuperare una fede giocosa, ma non infantile. Dobbiamo anche prenderci la libertà di ammettere i nostri fallimenti senza che questi determinino per forza un nostro fallimento personale.
I fallimenti sono necessari per crescere e possiamo crescere solo nella leggerezza di una vita seria che però non si prende mai troppo sul serio.
Impariamo un po' da Gesù che non è mai stato serioso, triste e non si è mai lasciato appesantire dalle norme.
È tempo per tutti noi di tornare a essere discepoli e discepole.




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