XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C
- Gabriele Semeraro

- 18 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Credo che dobbiamo stare molto attenti a come leggiamo la Parola di Dio di oggi, come la comprendiamo e la decliniamo. La sento una parola facilmente fraintendibile e manipolabile, ma ancor di più la sento una parola che rischia di dare scandalo se male intesa.
Da un lato abbiamo la necessità della preghiera costante e dall'altra però dobbiamo stare attenti a non aspettarci automaticamente una risposta puntuale alla nostra preghiera.
In base a come intendiamo il tema della preghiera e in base agli effetti che siamo convinti debba avere, cambia l'intera impostazione anche della nostra modalità di relazione con Dio.
Il primo scopo della preghiera non può essere avere una risposta alle nostre richieste e neppure il vedere realizzato per magia il nostro desiderio.
Lo scopo della preghiera di per sé è la relazione con il divino. Il fine è la relazione e non la realizzazione di un nostro desiderio.
Lo scopo di questa relazione è la felicità, è un desiderio di pienezza che può nascere solo dalla relazione con il nostro creatore.
Questo non vuol dire che nella preghiera noi non dobbiamo mettere anche tutte le nostre fatiche, malattie e disagi, ma esse sono semplicemente parte della nostra esperienza umana.
All'interno di questa relazione noi mettiamo tutto quello che viviamo e ovviamente chiediamo aiuto per poter affrontare quelle che percepiamo essere le nostre sfide. Il fatto che poi ci sia una soluzione o no, il fatto che ci sia un intervento diretto da parte del Dio o no, non deve inficiare la relazione con lui.
Certamente, come dice il vangelo stesso, Dio non ci negherà il suo intervento in ciò che è buono, ma non possiamo essere noi a determinare modalità e momenti.
Quando tu ami qualcuno vuoi comunicare all'altro quello che vivi, ma non puoi vincolare l'altro a darti una mano come vuoi tu bensì sarà l'altro a decidere modalità e momenti del suo aiuto verso di te.
Ragionare sulla preghiera e ragionare sull'efficacia della preghiera ci aiuta a uscire dalla dimensione magica in cui troppo spesso noi ci incastriamo.
Accendo la mia candelina, faccio la mia preghierina, faccio il bravo e quindi Dio mi deve aiutare…assolutamente no! Dio non mi deve nulla neanche fossi la persona più Santa della terra.
Dio non è una macchinetta in cui inserire la monetina, in cui inserire la buona azione o in cui far vedere quanto si è stati bravi e quindi lui come resto mi deve dare quello che chiedo… questa non è fede bensì una modalità distorta del fenomeno religioso.
In fondo il libro dell'esodo fa vedere esattamente una dinamica di tipo magico ritualistico: Mosè alza le mani e il popolo vince e Mosè abbassa le mani e il popolo perde. Non c'è relazione con Dio e non c'è un valore morale in questa roba bensì c'è solo una dinamica meccanico magica per cui ad un'azione corrisponde una conseguenza.
Mi auguro che siamo usciti da questa mentalità come credenti.
Mi auguro che voi non vi comportiate bene con l'idea di avere in premio il paradiso, ma che viviate bene la vostra vita perché è giusto farlo e perché amate Dio. Per nessun'altra ragione ci si comporta bene.
Uno prova a vivere bene perché questo fa bene a se stessi, perché fa bene alle persone con cui si è in relazione e perché fa bene alla propria relazione con Dio. Non ci sono oggettivamente altre ragioni per cui comportarsi bene o provare a essere migliori.
Il resto è spiritualità infantile, una spiritualità che speriamo sempre più sparisca nella chiesa cattolica.




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