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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C

  • Immagine del redattore: Gabriele Semeraro
    Gabriele Semeraro
  • 16 nov 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Siamo quasi al termine dell'anno di turgico e le letture ci portano sempre più verso una riflessione che guarda al presente, ma anche al futuro.

Paolo è molto duro con delle persone che evidentemente non sanno stare al mondo e soprattutto che pensano di poter godere di privilegi, di cui peraltro non sono titolari, alle spalle di tutti. 

Qui si apre un enorme capitolo rispetto tanto alla figura del sacerdote quanto quella di alcuni fedeli.

Mi piacerebbe raccontarvi delle mille cose, più o meno spiacevoli, che si dicono su chi fa il lavoro del pastore della chiesa. 

Voglio volutamente usare la parola “lavoro” perché lo è a tutti gli effetti… soprattutto in Italia. 

Lavoro di amministrazione, lavoro pastorale, lavoro personale e lavoro di manutenzione spesso ricadono ricadono su chi dovrebbe fare solo il pastore. 

E quando ti alzi la mattina alle 6, alle 7, vai a dormire ad orari improponibili per poter star dietro tutto…quando sei perennemente a servizio e perennemente reperibile…credo che sia un lavoro… forse più simile a una schiavitù, ma un lavoro.

Certamente c'è una dimensione vocazionale e certamente c'è una dimensione spirituale personale. 

Ciò non toglie che i mille euro che lo stato attraverso sostentamento clero dà ai sacerdoti siano, al mio modesto parere, il minimo (per la cronaca io facendo anche il lavoro di insegnante non prendo due stipendi perché prendo quello da insegnante e quello da prete mi viene tolto… quindi al netto del doppio del lavoro prendo lo stesso stipendio).

A scapito di tutto questo ci sono persone, dentro e fuori la comunità, che sostengono che i preti sono dei mantenuti… dei mangiapane a tradimento.

I pastori agli occhi di molti sono persone che non fanno nulla e quindi per forza ne emerge un'immagine negativa soprattutto quando si parla di lavoro e di retribuzione. 

Certamente Paolo non vive questa accusa in maniera forte, ma ribalta l'impostazione ricordando che il salario gli è semplicemente dovuto per il fatto di predicare la parola. Il suo lavoro è predicare, amministrare i sacramenti, e questo gli dà automaticamente il diritto di essere mantenuto in qualche modo. 

L'apostolo probabilmente non vuole fare questa denuncia, ma si ritrova a farla perché si accorge che in alcune comunità ci sono persone che vivono da parassiti: tanto i Pastori quanto i laici.

Sento importante questa cosa…sento importante questa cosa perché non è semplicemente che vivono da parassiti economici, ma molto di più da parassiti spirituali. 

Le nostre comunità parrocchiali sono impestate di persone che parassitano la chiesa, che la usano e che poi quando le cose non vanno come vogliono loro sono pronti a spalare letame nel piatto dove hanno mangiato. 

Me ne rendo conto quando dico dei no a gruppi che chiedono spazi, chiedono preghiere private o che chiedono di poter usare la parrocchia per i propri fini senza inserirsi nella dinamica di vita parrocchiale. 

Chi non vuol lavorare, anche su se stesso, neppure mangi! Della serie: non vuoi lavorare crepa di fame, ma non privare gli altri di risorse. 

Non privare gli altri di risorse economiche, spirituali, psicologiche e umane.

Un giudizio pesa sulla nostra superficialità. 

Se è vero che alla sera della vita saremo giudicati sull'amore, e sarà un giudizio positivo, resta pur sempre vero che saremo giudicati anche su quanto abbiamo contribuito a diffondere il male. 

Non sto parlando banalmente dei nostri peccati, ma dell'impostazione della nostra vita. 

Gesù annuncia la distruzione del tempio come un segno importante per quella generazione e dice che è uno dei segni che precederanno la fine. 

Noi siamo ancora qui e alla fine non è arrivata…perché? 

La ragione è semplice perché l'apocalisse, la fine dei tempi, è già avvenuta tante volte. 

La generazione del tempio è finita con la caduta del tempio, l'Impero Romano è crollato, il muro di Berlino è venuto giù, le torri gemelle sono cadute, ecc…

Ci sono già state molte apocalissi.

Anche la chiesa è già crollata più volte ed è già cambiata più volte. La chiesa degli apostoli non esiste più, neppure quella medievale, neppure quella precedente al 1600 e noi siamo ancora figli di un pezzo di Trento, ma allo stesso tempo siamo figli del Vaticano II… e siamo alla fine di questa era della chiesa. Grazie a Dio! 

Gesù vuole centrare lo sguardo non sulla fine e sulle catastrofi, bensì sul vivere bene il presente ricordando che la fine rappresenta un nuovo inizio. 

Puoi essere in crisi, puoi aver tradito, puoi essere stato infedele, puoi avere amato, puoi aver odiato, puoi avere aiutato a far nascere qualcosa o puoi aver ucciso qualcosa, ecc… il passato è passato. 

Il tuo presente può essere positivo o negativo, ma non vuoto. Nel momento in cui noi siamo minimamente consapevoli di chi siamo, nel momento in cui siamo minimamente consapevoli delle nostre scelte, nel momento in cui siamo disposti a portarci sulle spalle un pezzetto delle conseguenze delle nostre azioni… la cosa più importante è essere centrati in Gesù. 

Non vuol dire dire rosari, chiudersi in chiesa, o farsi venire le maniere religiose bensì vuol dire vivere Cristo che emerge nel bene e nel male della tua vita attraverso relazioni, persone. 

Ci potranno tradire tutti, ci potranno ferire tutti, ma noi restiamo saldi se ci ancoriamo a Cristo.

Ancorarsi a Gesù vuol dire farsi le domande giuste per la propria vita, vuol dire provare a fare il bene che so di poter fare cercando di evitare il male che so che posso evitare. Ancorarsi a Gesù vuol dire abbracciare la propria umanità sospendendo temporaneamente il giudizio anche su se stessi.

Ancorarsi a Gesù vuol dire avere sempre uno sguardo benevolente su ciò che è diverso e che mi fa paura. 

Il cammino è tanto e richiede l'apocalisse della nostra vita cioè il ribaltamento totale di noi stessi.

 
 
 

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